A 3 anni le mie figlie chiedevano spesso: “sono nata anche oggi?”, “Sono fuori dalla tua pancia?”

Un giorno in cui stavamo facendo un pranzo molto raffazzonato in un bar raffazzonato a Roma, Leda chiese: “Io ero nella tua pancia e la sorella nella mia? In quante pance eravamo?”

A 4 anni le domande erano: “Noi eravamo già nate?” 

Il mondo e il tempo si divideva in un prima e un dopo la loro nascita, una linea netta separava ogni cosa.
Se la risposta era: “no” rapidamente una delle due diceva: “ah certo, ero ancora nella tua pancia con mia sorella” anche se stavamo parlando di 15 o 20 anni prima o, persino, della MIA infanzia.

Come se esistere non fosse mai messo in discussione, loro c’erano, piccoli semi dentro me, in attesa di… E forse anche io, a mia volta, esistevo già nella pancia di mia madre.
Esistevo già anche quando lei era bambina, anche in quella foto in bianco e nero in cui è così seria ma negli occhi si intravede un lampo dispettoso. Chissà che gliel’ha scattata.
Probabilmente esistevo anche negli occhi di mio padre mentre, a 15 anni, si faceva la barba per la prima volta, d’estate, nel cortile della cascina, usando un pezzo di specchio rotto.

Una sorta di matrioska di esistenze e di semi accomunati dall’attesa e dalla fiducia, fiducia nella vita.

Ora, a 5 anni, le domande si concentrano sui dettagli della nascita: chi è nata prima, chi è nata dopo, chi è nata arrabbiata e chi addormentata e perché non ci si ricorda nulla del giorno più importante della vita.

È un gran peccato non ricordarsi nulla del giorno UNO. Quel giorno ci è stato affidato un biglietto per una giostra e ancora ci siamo sopra, sia che entriamo nel luna park piangendo e faticando come Demetra, sia che entriamo addormentate e con la rosea faccia da pesca come Leda.

L’essere in vita è il requisito di base per ogni cosa che riguarda la vita: l’amore, la morte, il gioco, il gelato l’estate, l’attesa di Babbo Natale il 24 dicembre.

Per questo mi piace raccontare alle mie figlie il giorno in cui sono venute al mondo, i loro visi, le nostre parole, le cose che raccontavamo loro quando erano ricoverate e, con Giorgio, ci sedevamo accanto alle culle cercando le storie migliori, cercando le parole per raccontare gli alberi, i profumi, i fiori, le auto, le case, il cielo, le radici, i semi.

A entrambe piace ascoltare, forse perché hanno ancora addosso un poco del mistero che è nascere, quella coperta dorata che ci ricopre da neonati e che pian piano logoriamo e dimentichiamo. Ancora sentono fra le dita il biglietto della giostra che gli è stato consegnato 5 anni fa e lo tengono stretto.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Annamaria Puglisi ha detto:

    Grazie per questa bellissima immagine della vita. E Grazie per essere sempre presente nel susseguirsi dei giorni della mia vita.

    1. Burabacio ha detto:

      Grazie a te Annamaria per leggere quel che scrivo e per apprezzare il mio lavoro

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