I compagni di gioco

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Settembre era il mese preferito da mio nonno perché “maturano i frutti”.
Mio nonno, per tutta la vita, è vissuto in una casa senza termosifoni, la cascina era troppo vecchia e grande per metterli.
La cascina parlava la lingua del passato coi suoi muri spessi e la grande stufa in soggiorno.
Il pagliaio e i trattori, i nidi delle vespe e le pere mature, gli scalini troppo alti e le stanze troppo buie.
La cantina da cui si accedeva da una botola nel pavimento e le bottiglie di barbera.
I salami appesi ad asciugare e i racconti dei conti Provana, primi proprietari della casa contadina.
Ancora si aggiravano per le stanze i racconti dei tempi che furono, delle serate danzanti nelle stanze al terzo piano, del tetto ricostruito dal bisnonno con i suoi 16 figli. 
Ho iniziato ad allenare l’immaginazione grazie a questi racconti: vedevo stanze piene di patate e mio padre mi raccontava di ricchi che ballavano su quei pavimenti. Vedevo fotografie in bianco e nero di donne dallo sguardo severo e mio padre mi raccontava della guerra, del nonno che dalla Grecia cercò di tornare a salutare la madre in fin di vita ma non riuscì: il treno fu bombardato quando era quasi arrivato e dovette proseguire a piedi. Poi c’erano storie d’amore, di invidia, di vecchi rancori. Figli e figliastri, prime e seconde mogli. Racconti di furenti litigi al fiume mentre si lavavano i panni, bambini guardati da zie cieche e vecchi muli scappati durante i bombardamenti. Lui nascosto nella pagina nel ’45 per paura dei soldati tedeschi che ancora si aggiravano per le campagne piemontesi.
Quando dormivo dai nonni, appena sveglia, guardavo fuori dalla finestra della cucina.
Ad aspettarmi c’era lo stesso prato dove ogni anno crescevano i prataioli.
Mia nonna mi portava a coglierli ma, se erano ancora piccini, mi ammoniva: “non guardarli che poi non crescono più!”.
Sono cresciuta con la convinzione che i funghi piccoli non vadano guardati che sono suscettibili.
In fondo c’era IL bosco che altro non era che un pezzo di strada sterrata in mezzo a tanti alberi.
Camminare in mezzo al bosco da sola era un’avventura.
Camminare in mezzo al bosco con mio padre voleva dire mangiare fragoline e fiori.
Mio padre mi ha insegnato a mangiare i fiori e, ancora adesso, di nascosto, ne mangio qualcuno.
Sotto la riva c’era uno stagno tondo in cui si narrava vivessero un tempo tinche e carpe.

Lo stagno, il bosco, il prato e i funghi permalosi erano i miei compagni di gioco.

E i vostri quali erano?

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