La bambina timida

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Il bambino perfetto lo conosciamo tutti: è quello che in settimana si sveglia alle 7 e, nel fine settimana, alle 9.
A 6 mesi dice la sua prima parola, a 8 gattona e a 10 cammina. A 12 mangia con le forchettine. A 2 anni sa già 20 parole e usa il vasino.
Il bambino perfetto sa quando si può parlare forte e quando si deve tacere. Sa comportarsi bene al ristorante e star seduto per molto tempo.Il bambino perfetto sa rispondere al saluto degli sconosciuti in modo cortese: dice “ciao”, “grazie” e “prego” e non è timido.
La timidezza in particolare è poco amata dai grandi, nessuno vuole un figlio timido.
Lo so perché sono stata una bambina timida.

Per tutta la mia infanzia mia madre ha combattuto la mia timidezza come si combatte un drago: con forza e determinazione. Lo faceva a fin di bene ma la sensazione che ne ricavavo era di non essere la sua bambina perfetta.
Alla scuola materna passavo il tempo in braccio a una suora, non volevo giocare con nessuno.
Cercavo in tutti i modi di ammalarmi, gioivo per ogni lineetta di febbre e per ogni colpo di tosse.
Venivo portata regolarmente a giocare a casa di altri bambini, perché-non-devi-essere-così-timida e aspettavo mia madre piangendo.
Il bambino perfetto non si sarebbe mai comportato così.
Della scuola materna amavo solo l’ora di disegno, il momento in cui sarei potuto stare in silenzio a colorare senza dover parlare o giocare con qualcuno. Una piccola tregua regolamentata.
Il mio pediatra mi accoglieva a ogni visita con un: “Ciao bambina timida. Lo sai che sei timida? Mi saluti? “ e io, a ogni “timida” che ripeteva, sprofondavo sempre più in mezzo allo studio.
Venivo iscritta a sport di squadra perché non-devi-essere-timida e in qualche modo me la cavavo.
Il peggio però erano le vacanze, quando dovevo a tutti i costi fare amicizia con qualche bambino entro il primo giorno di mare, altrimenti sarei stata la bambina timida che-sta-sempre-vicino-all’ombrellone.
Individuavo un bambino, andava bene chiunque, e cercavo di attaccare bottone in modo goffo: “ciao, è fredda l’acqua eh?” ma avrei potuto ben dire: “ti prego gioca con me, sono nei guai”.
Come avrebbe attaccato bottone il bambino perfetto?
Perché per me era tutto così farraginoso e soprattutto, perché non potevo starmene in pace?
Non erano vacanze?

Da grande ho imparato a tenere a bada la timidezza, ancora a volte arrossisco quando parlo e l’emozione mi tradisce, ma per la maggior del tempo riesco a nasconderla sotto la maschera del mio volto.
Se devo parlare a tante persone so che una strategia utile è ridimensionare.
Mi immagino piccola piccola, non sono io che parlo a delle persone ma è una sconosciuta che parla a delle formichine.
Allargo la visuale al mondo intero e insieme a quella donna c’è qualcuno che sta lavorando, altri che stanno combattendo, ci sono scienziati, ci sono persone che muoiono di fame, c’è qualcuno che se la sta spassando in ferie. Non sono altro che un puntino in mezzo a tanti punti. Così, da puntino in mezzo ad altri puntini, parlo serena, senza sentire la mia voce rimbombarmi nel petto.
La timidezza, ho scoperto in seguito, porta con sé altre cose: tanta sensibilità, emozioni amplificate, spirito d’osservazione. Chi parla poco osserva molto, ne ha tutto il tempo. Non sono cose da sottovalutare, possono diventare un motore per esprimersi.
Perché non aiutare questi bambini imperfetti a partire da quel che sono e a farne un motore?
Perché non pensare ai loro “difetti” come a un trampolino di lancio per diventare essere umani unici? 

Perché non accettare i loro tempi, accettare che non ci sono bambini da manuale ma solo bambini?  Spronandoli quando serve, aiutandoli ma senza mai farli sentire sbagliati.
Il bambino perfetto, allora, ci sboccerà sotto gli occhi.

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