Le finestre di una vita

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Ho passato un’infanzia all’aria aperta, allevata a terra come le galline. Con il sole, la pioggia, la neve io ero in cortile insieme al cane e al gatto.
Eravamo animaletti discreti.
Studiavo sui pattini e riassumevo le lezioni scrivendo i punti chiave con dei gessetti sul cemento.
Disegnavo fuori.
Giocavo alla signora del Postalmarket fuori e alla scienziata in garage.
Allevavo formiche nelle scatole delle scarpe in giardino.
La finestra della mia infanzia, quando rientravo in casa, era quella del tinello. Non ho mai desiderato stare in camera mia, ho sempre amato stare con i miei, mia nonna e mio fratello in quella stanza.
Tre vetri che sezionavano il grande albero di magnolia e il cancelletto d’ingresso al cortile di casa.
Elementi d’arredo davanti alla finestra erano mia nonna, che stava lì a sferruzzare d’inverno e il gatto.
I due elementi contemporaneamente non potevano sussistere: mia nonna non aveva un buono rapporto col gatto.

Per contrappasso con l’infanzia passata all’aria aperta ho scelto un lavoro da svolgere immobile, seduta alla scrivania, sempre nella stessa stanza, all’interno.
Gran parte dei posti in cui ho lavorato non avevano finestre. O meglio, la stanza a me destinata era senza finestra.
Si lavorava in un’atmosfera sospesa: la luce costante, la temperatura costante, i colori neutri dei muri, lo stesso non-odore delle stanze.
Ora lavoro a casa e ho molte finestre a disposizione e alcune porte finestre.
La prima cosa che faccio, quando mi alzo, è guardare fuori dalla finestra.
Controllo innanzitutto la popolazione dei piccioni.
Abitano sul tetto della casa di fronte e sono un ottimo termometro: se è molto freddo non saranno sul tetto.
Si presentano solo quando la temperatura è sopra i 5 gradi. A volte sono divisi in due gruppi, più spesso sono un unico grande gruppone. I loro occhietti famelici tengono d’occhio il giardino condominiale del nostro palazzo.
Appena la gattara dell’attico lancerà il suo richiamo in gattese (meooowww) e scaglierà il bolo di cibo per gatti dall’alto loro lasceranno il tetto e piomberanno a sfamarsi. Il cibo, ovviamente, non è per loro, ma i piccioni non lo sanno e ingrassano felici.
La seconda finestra che vedo è quella dello studio-nursery in cui lavoriamo insieme con Giorgio, mentre le bimbette sgambettano sul tappeto. Più spesso sono in braccio a noi. La stanza studio-nursery è un microcosmo:  è la stanza dei colori, delle bacheche, dei libri d’illustrazione, della radio, dei computer e, come già detto, è la stanza giochi per infanti.
Qui la porta è una porta finestra e il mondo è diviso in 6 rettangoli: 3 di cielo e 3 di terra.
Da questa finestra si vedono molte piante, il giardino dell’unica casa col giardino della zona, la loro piscina, il via vai della strada, i corrieri in arrivo, le casette basse, gli anziani che camminano col bastone e, in lontananza, la collina verde.
Questa è una bella finestra.
Da qui mi piace vedere tutto: i giorni di pioggia, i giorni in cui il cielo è azzurrissimo e mi chiedo perché sono in casa, i giorni di nebbia e, spero,  un giorno di vedere la neve. Da qui vedo il tramonto ma non lo vedo davvero, vedo la luce abbassarsi e poi è subito buio. Il tramonto mi sfugge sempre dalle mani. Ogni volta mi dico che devo stare attenta per riuscire a vedere l’esatto momento in cui si spegne l’ultima luce ma, poi, me la perdo sempre.
Da qui vedo comporsi la notte, quando lavoro d’inverno. La notte che tutto acquieta, che tutto calma, la notte a cui tutti dà pace e riposo (a meno che tu non abbia un neonato o due). Il buio che avvolge e protegge. Il buio che fa brillare le luci delle case intorno.
Poi c’è la porta finestra della cucina che ha la stessa vista della porta finestra della sala.
Da qui si vedono i grandi alberi del giardino condominiale. Lo stesso giardino che è diventato la sala da pranzo dei piccioni.
Questa è anche la finestra rilevatore del vento: da qui si vedono subito le foglie dei grandi alberi muoversi. Siamo al primo piano e siamo posizionati a metà albero, un punto di osservazione strano per noi umani che ci troviamo, di solito, ad altezza tronco. Da qui la vista è tutta foglie. Le foglie sono ondulate e sembrano un grande mare verticale.
Questa è anche la porta finestra dei biberon.

Due case fa, la finestra della camera da letto dava su un mandorlo, la cosa migliore di tutta quella casa fredda. Il mattino era bello vedere il mandorlo così nitido staccarsi dal cielo azzurro e la sera, al tramonto, diventava una sagoma da ritagliare, davanti a un cielo colorato. In primavera era carico di fiori e la finestra era bianca e rosa.
La finestra del mio primo posto di lavoro dava su una strada trafficata senza parcheggio. Da qui mi sporgevo per urlare “la sposto subitooooo” quando sentivo un colpo di clacson.
Un’altra finestra di tante case fa dava su un’altra finestra. Il vicolo era così stretto che le case quasi si baciavano.
Passando davanti alla finestra vedevo i dirimpettai intenti nelle loro occupazioni: cenare, camminare,  vivere. A volte camminavo sotto la finestra, strisciando, perché non sopportavo la vicinanza.
Un’altra finestra di un’altra casa dava sempre sui tetti e pure in quel caso i piccioni erano la mia principale fonte d’interesse. Ce ne erano due in particolare che avevo ribattezzato Sigmund e Freud.
Un’altra finestra di una casa in cui ho vissuto per pochi mesi invece dava sul cortile interno: tantissimi rettangoli di appartamenti per tante vite tutte pressate. D’estate si vedevano le persone dormire sul balcone con dei letti improvvisati.
La finestra della camera da letto della penultima casa che ho abitato dava su un grande pino e potevo vedere gli uccellini muoversi fra i rami. Era anche l’unica cosa bella di tutto quel posto. Dalla stessa finestra aperta, l’estate, arrivavano gli insulti dell’anziana vicina di casa contro il figlio, le messe domenicali con l’autoparlante della chiesa e, di notte, il teatro dialettale diffuso a tutto volume dalla tv di altri vicini.
Chissà quante altre finestre ho dimenticato, rettangoli di vita da osservare, rettangoli di colore e di stagioni.
Quando guardiamo tutti i giorni fuori dalla stessa finestra creiamo un rapporto con quella porzione di mondo.
Anche i finestrini del treno sono tante finestre sul mondo, solo che il loro panorama cambia sempre.
In questo momento nella stanza studio-nursery è entrata la notte dalla porta finestra e si vedono lontane le luci dei lampioni.
E ripenso a mio padre e a una sua massima sulla vita. Aveva a che fare con un lampione ma questa è un’altra storia.  

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. trentazero ha detto:

    Sempre incantevole. 🙂

    1. asabbri ha detto:

      Grazie 🙂

  2. chemamma ha detto:

    Mi lasci col fiato sospeso… perché il lampione è stata la veduta della finestra della mia prima casa, il lampione ha illuminato tanti momenti importanti e sembra proprio quello che hai disegnato. E chissà cosa dice la massima di tuo padre?

    1. asabbri ha detto:

      Ciao! Arrivo in ritardassimo a rispondere. Abito a 600 km dai miei genitori e mio padre ha sempre cercato di farmi sentire la sua presenza. Così un giorno durante una telefonata mi disse: “anche se siamo lontani per te sarò sempre una luce nel buio. Come una casa. Però, vista la lontananza, sembrerò più a un lampione lontano…” Non era proprio una massima ma una cosa dolcissima 🙂

  3. sidilbradipo1 ha detto:

    Lo sguardo su queste finestre è intenso e magico 😛
    Bacione a Leda e Demetra ❤
    Sid

    1. asabbri ha detto:

      Grazie! Bacio ricambiato!

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