Non guardare i funghi che poi non crescono più!

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Da piccola andavo a cercare funghi con mia nonna.
I nonni abitavano in una grande cascina con qualche mucca, le galline, un gallo e un cane.
Quando sono nata io la cascina era già l’ombra di quel che era stata.
Aveva avuto un passato importante: era stata la casa di campagna di alcuni conti della zona.
Questi conti, i conti Provana di Leinì, sono raffigurati in un affresco in una piccola chiesa di Cirié.
In seguito è stata ricomprata dal mio bisnonno e adibita a casa di contadini: le sale da ballo sono diventate posti per accumulare le patate, i libri regalati alla scuola del paese così come i quadri.
Il giardino ombroso dei conti era stato trasformato in un campo da coltivare.
Un tempo erano molti a vivere lì: i bisnonni, i nonni, mio padre, i suoi fratelli, le sue zie, i lavoratori stagionali e ogni tanto anche qualche mendicante che si fermava un giorno o due.
Mio padre mi ha sempre detto che a nessuno era stato mai negato un piatto di minestra e una notte al caldo nella stalla nella cascina at Prin.
Ai miei occhi era una casa magica, piena di racconti, di storie, di cose misteriose e anche pericolose.
Non era una casa qualsiasi ma una cascina in cui la natura scandiva ancora i tempi dei suoi abitanti.
Il forno a legna era in mezzo all’orto e qui, un tempo, si cuocevano 10 chili di pane una volta la settimana. Mio fratello ha perso i suoi primi denti mangiando quel pane, non particolarmente soffice al settimo giorno.
Le pareti del forno a legna portano ancora le tracce dei bambini e ragazzi che sono passati: come novelle grotte di Lascaux sono intarsiate di disegni tracciati col carbone di mio padre, di mia zia, di mio zio, di mio fratello, dei miei cugini, miei e di chissà chi altro. Ricordo una barca a vela e una befana come alcuni dei disegni più vecchi su quelle pareti.
Quando scorrazzavo io per la cascina dei nonni erano rimasti solo due abitanti: mio nonno Beppe, un omettino magro con allegri occhi azzurri e mia nonna Maria, una donna piccina con gli occhi verdi.
“Chi l’ha mordu la crava in tel cul?” (chi ha morsicato la pecora sul sedere?) era la frase tipica che mi diceva mio nonno per farmi ridere.
Le mucche erano rimasta due o tre, le galline una decina, un pastore tedesco di nome Lupo e i nonni che faticavano a stare dietro a quella grande casa contadina su tre piani. Era il tramonto di un’epoca e di uno stile di vita.
Quando andavo dai miei nonni respiravo una vita contadina che non avevo mai conosciuto, camminavo trattenendo il fiato per quelle stanze dai muri spessi e tremavo di freddo in quella casa senza riscaldamenti, fatta eccezione per la stufa in cucina.
Vedevo fantasmi dei Conti da tutte le parti e ancora sono convinta di aver visto una donna misteriosa sul balcone al secondo piano, coi lunghi capelli neri intenta a fissarmi. A ripensarci ora assomigliava un po’ troppo a Morticia Addams. Dietro la cascina c’erano i prati, un boschetto in cui crescevano delle fragole selvatiche e una riva che terminava in uno stagno.
Quel piccolo mondo pullulava di racconti: quando mio padre e qualcun altro aveva provato degli sci buttandosi dalla riva, quando avevano fatto merenda con vino e mele per accontentare mia zia che, da piccola, voleva festeggiare Pasquetta. E poi i soldati tedeschi che erano passati da quelle parti. La corsa di una zia per buttarsi nello stagno dopo aver provato una delle prime creme depilatorie. Mio padre che si faceva la prima volta la barba dietro la cascina, guardandosi in un frammento di specchio attaccato al muro. Mio padre a pochi mesi di vita nascosto nel pagliaio nel ’45 per nasconderlo agli ultimi soldati tedeschi di passaggio. E le imprese eroiche di Murin (scuro), il mulo trovato durante la guerra, scappato a chissà chi, che lavorò con mio nonno per 20 anni. Pare che il nonno abbia pianto quanto morì.
Col tempo ho visto lo stagno seccarsi, il boschetto rimpicciolirsi, le fabbriche avanzare in mezzo a quei prati che mi sembravano sconfinati e l’Enel espropriare il terreno sotto la cascina per far passare i cavi dell’alta tensione.
Niente più spazi grandi, boschi paurosi, fragole profumate, soldati, fiori e funghi da cercare ma tetti di eternit e il “zzzz” dell’alta tensione. Ho visto il mondo dei miei nonni farsi ogni giorno più piccolo.
Chissà cosa vedevano loro affacciandosi ogni giorno dalla finestra della cucina, se vedevano quel mondo scomparso grazie al filtro della memoria.
Con mia nonna andavo a cercare i funghi, dicevo prima, nei prati dietro casa. C’era un punto in cui ricrescevano ogni anno e noi tornavamo sempre lì a cercarli. Per la precisione cercavamo dei comuni prataioli.
Se arrivavamo troppo presto e i prataioli erano solo delle palline bianche nel terreno la nonna mi avvisava: “Attenta! Non guardarli! Se li guardi i funghi non crescono più! e io mi coprivo gli occhi con le mani.
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Un commento Aggiungi il tuo

  1. sidilbradipo1 ha detto:

    Storia meravigliosa ❤
    Bacio
    Sid

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