Buongiorno, sono la Tristezza!

La “bura-officina” è sempre in funzione: macina idee, vecchi ricordi, speranze, disegni, parole e qualche volta tutte queste cose si traducono in un quaderno.
Li progetto, li disegno, li impagino e infine li mando in stampa: sono mie creature al 100%.
L’ultimo lavoro, attualmente in cantiere, vuole indagare un argomento molto importante: le emozioni.
Siamo spesso cattivi osservatori di noi stessi e ci vergogniamo a dire che proviamo qualcosa che non sia gioia.
Eppure è grazie ad altre emozioni che cresciamo, che riflettiamo, che capiamo cosa non va. La sola gioia non ci insegnerebbe così tanto.
Sono partita da quella, forse, più temuta: la tristezza.
La tristezza ci appesantisce, potrebbe essere paragonata a un sasso.
La tristezza è sempre una cosa cattiva?
Accettare che esiste la tristezza è un buon punto di partenza.tristezza1
Fisicamente cosa sentiamo?
Le spalle sono incurvate, il peso del nostro corpo sembra essere aumentato, la piega delle labbra è verso il basso, le sopracciglia sono all’ingiù.
La tristezza, oltre che essere uno stato d’animo, si vede bene sul nostro corpo e sul nostro viso.
Perché negarla?
Perché rilegarla lontano?
Cerchiamo di evitarla soprattutto ai nostri figli perché, ovviamente, vorremmo poterli vedere sempre felici.
Ma se non permettiamo mai loro di esplorare tutte le emozioni si ritroveranno a fare i conti con degli stati d’animo sconosciuti.
Si ritroveranno a pensare che sia strano, che sia brutto, che sia sbagliato essere arrabbiati, tristi, delusi o malinconici. 
Si ritroveranno ad essere colpiti dalla tristezza con la forza di un calcio in pancia.
Quel che non si conosce non si gestisce.
Quel che non si conosce non si esplora e non può insegnarci nulla.
Perché sono triste? C’è un motivo? Non c’è un motivo? Che tipo di tristezza è? Mi manca una persona? Ho fallito in qualcosa?
La tristezza ha tanti gradi e tante nature: c’è quella immotivata e quella legate a un fattore scatenante, c’è la malinconia, c’è la grande tristezza e quella piena di rabbia.
La tristezza, come la gioia, il disgusto, la rabbia, l’attesa, la sorpresa e l’accettazione, va conosciuta.
Le fiabe avevano proprio il ruolo di palestra per sperimentare tutte le emozioni in un ambiente protetto, dentro una storia, in uno spazio e in un tempo limitato.
Eppure oggi le fiabe vengono evitate a favore di storie rassicuranti. Si privilegiano racconti senza alti né bassi, storie  innocue dove l’avventura  e la disavventura sono bandite. Storie rassicuranti che non insegnano nulla, che non ci fanno fare esperienza di nulla.
Ascoltiamoci e accettiamo di avere un ventaglio di emozioni che non si limita alla gioia.
Ascoltiamoci e non saremo sopraffatti e trascinati da nessuna di loro ma solo accompagnati a scoprire “come siamo fatti”: cosa amiamo, cosa abbiamo bisogno e cosa ci reca danno.
Buongiorno! Sono la tristezza e oggi ti dico cosa non ti fa stare bene!

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One Comment Add yours

  1. mattinascente ha detto:

    Serve il buio, per apprezzare la luce. Serve la tristezza, per apprezzare la gioia. Ci dicono che non si piange in pubblico, non si ride apertamente e di gusto. Ogni emozione deve essere gestita nel privato e ancor meglio in solitudine. Nulla deve trapelare. Perché sembra diventato inappropriato dimostrare che siamo esseri umani? Un saluto.

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