L’attesa. Il ricordo trasformato.

Lei aspettava seduta, aspettava da tanto.
Sarebbe mai tornato?
Con le mani abbandonato sul grembo lo aspettava.
Una foto era tutto quel che le era rimasto, la teneva appesa in soggiorno vicino al tavolo piccolo.
Sul tavolo un vaso con una rosa rossa: l’aveva messa apposta per lui, per ricordargli la strada di casa.

attesa_bassa donna_bassa soldato_bassa
Tutto quello che ho scritto arriva dalla mia fantasia ma, in qualche modo, potrebbe essere vero: quante madri hanno aspettato i figli durante la guerra? Quante moglie, quanti vecchi, quanti bambini? Quello che ho scritto non è vero ma verosimile.

L’unica cosa vera è che conservo delle vecchie foto appartenute ai miei nonni per sottrarle all’umidità che le stava distruggendo, scrostando, alle tarme e all’incuria.
Erano nella vecchia cascina, i miei nonni sono morti da tempo e i ricordi sono lì appesi.
Le ho trovate nei cassetti della camera da letto, custodite lì vicino al sonno, vicino al cuore che respira lento la notte, le ho prese e custodite. 
Chi sono queste persone?
Io non lo so, in alcuni casi non lo sa nemmeno mio padre, sono persone nate nel 1800, persone che stavano a cuore ai nonni: parenti, cari di cui noi non conserviamo più traccia. Le scritte a matita o a penna dietro sono andate rovinandosi.
Il ricordo si è perduto.
Abbiamo fallito. La foto li ha portati fino a me ma non ho più la chiave per ricordarli.

Le foto ai tempi erano rare, le persone fotografate si mostrano all’obiettivo con fare solenne, greve, alcuni spaventati. Per noi sovraesposti a scatti di smartphone e macchine fotografiche può sembrare buffo ma di queste persone, forse, non rimangono che un paio di fotografie.
Che cosa diventa un ricordo quando si perde chi ricorda? Quando non si ha più la chiave di decodifica?
Vedo i loro occhi, i menti, le mascelle, gli abiti delle donne, i capelli degli uomini, le collane e mi chiedo chi erano, che cosa hanno sperato in vita, che cosa hanno fatto. Se avevano qualche desiderio, se amavano qualcosa in particolare o se volevano solo una vita migliore per loro e per i figli.
Di molti non posso più saperlo, mi rimangono solo i loro occhi, le loro espressioni grevi. Posso però conservare le loro immagini in modo da non perdere gli sguardi, le famiglie strette, i soldati.
Più li guardo e più ho voglia di costruire delle relazioni, dei legami fra loro, di riinserirli in una casa, in un soggiorno, seduti su una sedia, immergerli di nuovo in un contesto.
Perché non costruire nuove storie, farli rivivere un po’ attraverso i disegni?
Il ricordo trasformato è tutto quello che posso fare per loro.

quadri vecchio viso vecchio giov dag

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