Vorrei essere Castel del Piano.

sposa

Mi piace camminare.

Trovo che, per la mente, abbia la funzione di casalinga dei pensieri:
li mette in ordine, li ripiega nei cassetti giusti e quelli stropicciati prima li stira e poi li appende sulle grucce. Butta via quelli avariati, porta a termine quelli incompiuti.

Quindi cammino.

Castel del Piano è perfetto per questo.
Piccolo paese esploso intorno a un’unica strada, è cresciuto un po’ a casaccio, insieme alla necessità delle persone di comprare o affittare case economiche, non troppo lontane da Perugia.
Ed eccomi qui: chiamatemi affitto economico.

Camminare a Castel del Piano è fantastico.
Lasciata la strada principale, le altre stradine corrono a rivoli verso la campagna: quel che prima era cemento ora è prato, collina, strada sterrata. Teste curiose di girasoli sbirciano dai campi coltivati, il giallo della colza tinge le colline.
I pini marittimi sembrano enormi broccoli piantati in mezzo ai prati e da lontano il Subasio fa bella mostra di se, del suo essere montagna spuntata.
In primavera c’è un prato che s’affolla di menta e le farfalle fanno a gara per occupare i fiori migliori. Ho dimenticato di nominare gli ulivi, le vigne e i casolari vanitosi che puntellano il paesaggio.

Ritornando all’unica strada di Castel del Piano sappiate che ci conduce nel suo centro, una piazza – parcheggio occupata in gran parte da una chiesa imponente e qua e là, come lentiggini, alcuni negozi; poi prosegue, molto discreta, verso altri paesi, ancora più piccoli, ancora più sperduti.

L’altra sera, passeggiando, ho notato un vicolo che stranamente non avevo ancora percorso: Via della Musica. Piccolo e stretto è compresso da case di pietra e di mattoni, nate le une attaccate alle altre senza distinzione di sorta, come alcuni funghi del legno. La cosa curiosa è che in mezzo a loro c’è un campanile ma non traccia della chiesa. Davanti e dietro al campanile si trova solo un’altra casetta, con attaccata un’altra casetta che a sua volta è attaccata a un’ulteriore casetta. D’altronde a Castel del Piano non si trova traccia nemmeno del castello, quindi perché crucciarsi di una chiesa scomparsa.

Un piccolo arco di mattoni abbellisce via della Musica, senza esagerare.

Come direbbe una mia amica, Castel del Piano, ha una bellezza senza pretese, non si imbelletta eccessivamente, non usa il rossetto né raccoglie i capelli per scoprire il collo candido, non sfoggia le migliori collane né esibisce vertiginose scollature: è da guardare due volte, da percorrere piano, simile al piacere che può dare un libro letto su una panchina del suo parco alberato in un pomeriggio ozioso, perché sappiate che c’è un parco alberato che ispira pigri pomeriggi primaverili.

Leggermente prima di via della Musica, dal lato opposto della strada, si apre un’altra via altrettanto stretta: via del Pettirosso, ha come caratteristica essere delimitata da ben 4 grandi, sfrontate colonne bianche, sormontate da capitelli a loro volta sormontati da fioriere di pietra. Sicuramente quella era una via d’accesso a una villa, poi riciclata a strada pedonale. Forse è la cosa che preferisco di Castel del Piano: quest’attitudine al riciclo di tutto quel che ha.

Non c’è un centro storico bello, da grandi occasioni e più in là una zona nuova con palazzi e villette curate: tutto vive insieme, come un unico organismo, i palazzoni economici vicino alle deliziose casette di pietra,  con tanto di edera laterale e vasi fioriti, il negozio che vende stampe religiose su legno vicino ai cinesi e ai loro vestiti economici.

Il supermercato è vicino al negozio di alimentari di signora anziana che chiude solo a notte inoltrata e taglia il prosciutto crudo unicamente a mano, affilando ogni volta il lungo coltello a mo’ di minaccia. Nessuna affettatrice ha mai insultato quel prosciutto.

La magia di Castel del Piano sta proprio nel suo respiro, nel suo essere un unico organismo composto da tante realtà che vivono affiancate.

L’altro giorno ho notato, in un negozio di giocattoli non proprio alla moda, un cartello scritto a mano “qui biciclette per tutte le età”.

Ho iniziato a sognare di giovani donne entrare e uscire con biciclette perfette, vagamente maliziose e trillanti; anziani con biciclette brontolone e arrugginite; adolescenti inquieti con biciclette fiammanti e prepotenti; bambini con buffe biciclettine piene di energie.
Aspetto impaziente il cartello “qui biciclette per ogni stato d’animo”.
E che dire del calzolaio che espone, tra una scarpa e l’altra, una Madonna, un Padre Pio e una foto autografata della Ferilli in completo di latex?

Un innesto di nuovo e di vecchio ha creato un curioso tessuto urbano, che non mi stanca mai. Gli ingredienti che hanno reso possibile questa ricetta credo vadano ricercati nella mancanza di pretese da zona residenziale, per lo scarso interesse di persone con denari di venire da queste parti, complice la vicinanza col supercarcere di Capanne. La zona è così cresciuta in modo scoordinato, senza cercare la bellezza e l’omogeneità.

Il grado di benessere economico si intuisce guardando le persone al supermercato e dal fatto che si incontrano ancora bambini giocare nei parcheggi (e bisogna fare attenzione a non investirli), bambine saltare la corda nelle giornate di bel tempo e piccoli ciclisti senza paura e senza casco sfrecciare sui marciapiedi liberi come farfalle.
Più il quartiere è residenziale più i bambini vengono cresciuti dentro le case, in aree protette, come fiori delicati dentro le serre.

Cammino ogni giorno per Castel del Piano e seguo in modo maniacale i suoi vicoli, le piccole strade, le promesse di percorsi nuovi da scoprire, cercando di imparare a memoria la sua struttura, eppure mi sfugge. C’è sempre un innesto a cui non avevo prestato attenzione, una sequenza di case, una colonna, un negozio, un albero gigante, un balcone particolare, un giardinetto nascosto che non ricordavo. Ha la capacità, dopo due anni, di stupirmi ancora questo strano cocktail di vecchio e di nuovo.

I pensieri camminano veloci e m’immagino quanto sarebbe bello saper far crescere il futuro come erba in mezzo al passato, saper dare a tutto una collocazione: alle cose belle e alle cose brutte, a quelle passate e quelle che verranno, a quelle solo pensate, a quelle sperate e a quelle temute, ai pensieri rancorosi, alle idee arrivate di fretta e subito andate via, ai ricordi cari e a quelli che vorremmo aver dimenticato tempo fa.

Per quanto ci impegniamo a relegare i nostri giorni più bui in periferia, ci sarà sempre il momento in cui ci passeremo davanti.
Li troveremo soli, brutti fra i brutti, senza redenzione, senza perdono, senza accettazione. Sarà la nostra zona industriale e non potremo né demolirla né sotterrarla ma solo tenerla molto lontano da noi e cercare di passarci il meno possibile. Non ci sarà la possibilità imparare da lei o anche solo di imparare ad amarla.

E allora io vorrei essere Castel del Piano.

Vorrei avere tutto mischiato, le cose belle e quelle brutte costruite vicine, come a farsi coraggio; vorrei essere sincera con chi passa e non mostrare solo il centro con le fontanelle, i fiori e l’immondizia diligentemente raccolta e portata via.

Vorrei essere Castel del Piano e avere rivoli che corrono in aperta campagna, avere grandi pini marittimi, strade sterrate e giardini alberati, vorrei saper guardare ai miei brutti palazzoni di mattonelle economiche con un sorriso indulgente, senza più vergogna.

Così, ne sono sicura, sarei felice, come quando cammino a Castel del Piano.

 

gigante

invidieverdialberi

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