Il packaging del dolore. Perchè anche il dolore ha bisogno di una bella scatola per essere compreso.

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Una foto, in un giorno, ha fatto il giro del mondo. In pochi minuti abbiamo provato compassione, dolore, indignazione e tristezza. Ne abbiamo parlato tra di noi, dal parrucchiere, al bar e in chat, aggiungendo alla conversazione un’emoticon con la bocca all’ingiù.  Colpiti dritti allo stomaco da un pugno emotivo l’abbiamo condivisa, twittata e commentata.

Ieri.

Oggi siamo passati ad altro.

Era una foto scattata dagli Operatori delle Nazioni Unite: Marwan, un piccolo profugo siriano di 4 anni è ritratto mentre cammina in mezzo al deserto, dietro di lui nessuno, con solo una busta in mano. Non piange, non sembra urlare.

L’impatto è forte: un bambino perso che per sfuggire all’orrore ha camminato chissà quanto. Senza aver bisogno di mostrare morti e feriti  la guerra civile viene riassunta in una foto, negli occhi di un piccolo senza famiglia che a 4 anni deve affidare la sua vita al deserto. Soccorso dagli Operatori delle Nazioni Unite è stato riconsegnato alla famiglia.

Non è tutto vero.

La guerra civile in Siria è vera.

Il bimbo è un profugo.

La parte falsa, forse proprio quella che ci ha commosso e ci ha permesso di provare compassione, è che il piccolo non era solo né perso.
Faceva parte, con la sua famiglia, di un gruppo più grande rimasto indietro: stava “solo” fuggendo dalla guerra come milioni di profughi siriani fanno da ormai due anni.
(Qui l’articolo dell’Internazionale che spiega bene il fatto: http://www.internazionale.it/news/siria/2014/02/18/tra-foto-e-realta/).

La conclusione dell’articolo dell’Internazionale ha un sapore amaro, il sapore della nostra ipocrisia calibrata:
“Insomma, Marwan non era solo, né si era perso nel deserto: è soltanto uno dei 2,5 milioni di profughi siriani, che però non fanno notizia”

La guerra civile “produce” profughi da anni.
Non tutti sono come Marwan: molti sono adulti, altri sono vecchi, alcuni sono giovani e forti. Altri ancora sono esattamente come lui, bambini, solo che non sono stati fotografati in un modo altrettanto toccante. Li abbiamo visti arrivare sulle nostre coste a Lampedusa. Erano piccoli Marwan, erano Marwan cresciuti, con la barba, erano Marwan vecchi. Perché anche Marwan crescerà e allora ci farà meno pena.

È il packaging del dolore.

Per riuscire a provare compassione, per poterci indignare, abbiamo bisogno di una bella scatola. È necessario: la scatola ci presenta il prodotto, ce lo rende comprensibile, ce lo avvicina.

Per due anni non ci siamo indignati tanto, sicuramente non come ieri, non abbiamo avuto molte parole dolci, oppure arrabbiate per tutti i potenziali Marwan, grandi e piccoli, che abbiamo visto.

Anzi.

Abbiamo pensato che tutti questi profughi sarebbero arrivati nelle nostre città, una volta usciti dai centri di accoglienza, sarebbero magari venuti davanti alle nostre case, a bussare alle nostre porte, avrebbero iniziato a chiedere l’elemosina e perché no, anche a rubare.
O chissà che altro ancora.
Abbiamo avuto paura di loro, abbiamo provato stizza per le proteste dei profughi a Lampedusa.
Abbiamo detto ogni genere di cosa: che erano degli approfittatori, che non viaggiavano poi così male sulle loro barche distrutte, che stavano facendo finta di cucirsi le labbra. Abbiamo detto che i “nostri” stanno molto peggio: si suicidano per mancanza di lavoro, soffrono la crisi, non gli vengono date le case, i “nostri” non vengono tutelati né aiutati.

I “nostri” valgono di più eppure perdiamo ancora tempo ad aiutare questa persone. Che alla fine il mare non fa così paura. Che si, ne muoiono un po’, ma ne arrivano così tanti.

Abbiamo detto che non ne potevamo più, che quella gente, arrivata disidratata, sporca, affamata, creava disordine, caos, criminalità, abbiamo detto “fatene quel che volete, sparategli in mare, rispediteli a casa, basta che se li tenga qualcun altro”.

Perché non abbiamo detto la stessa cosa del piccolo Marwan?
Perché lui doveva essere soccorso, coccolato, curato, lavato, sfamato e tutti gli altri milioni di profughi no?
Perché?

Perché lui è il packaging.
È la scatola bella.
Quella che al supermercato trovi ad altezza naso, ha i colori giusti, ha il nome giusto, ha le forme giuste. In lui vediamo nostro figlio, nostro nipote, il nostro vicino di casa, vediamo noi da piccoli, vediamo tutta l’infanzia del mondo. Possiamo capire questo dolore, possiamo provare compassione.  Il piccolo Marwan non ruberà a casa nostra, non chiederà l’elemosina, non si approfitterà di noi, non crescerà, non avrà fame tanto da rubare, non busserà alla nostra porta minaccioso, il piccolo Marwan rimarrà sempre così, un bambino di 4 anni in mezzo al deserto, perché il piccolo Marwan siamo noi. Non è distante, non è un “altro”, è diventato il “nostro”.

Abbiamo comprato il piccolo Marwan.

Abbiamo acquistato il suo dolore e la sua storia prendendolo dal punto più in vista del supermercato, abbiamo messo il piccolo Marwan e la sua minuscola vita nella nostra dispensa, insieme alle cose che ci stanno a cuore ma non abbiamo comprato il dramma siriano, quello continua a scorrere molto lontano da noi.

Quello rimarrà sempre nello scaffale in basso.

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One Comment Add yours

  1. Maria ha detto:

    quanto hai ragione…

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