L’avvoltoio di Kafka e il workshop con Carlo Ambrosini

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Venerdì scorso ho partecipato a un workshop tenuto da Carlo Ambrosini all’Accademia di Belle Arti di Perugia per poter sentire un po’ di belle cose sul mondo dei fumetti. In realtà era un corso rivolto ai ragazzi dell’Accademia ma potevano aggiungersi anche degli esterni. Chiamatemi Esterna. Amo i fumetti, ci sono cresciuta (non dico bene ma ci sono cresciuta) e i miei peggiori incubi dell’infanzia si sono nutriti dei Dylan Dog che leggevo alla tenera età di 10 anni dalla fornita libreria del mio fratellone.

Carlo Ambrosini è un disegnatore Bonelli, con le sue matite e le sue chine ha fatto vivere Dylan Dog e non contento del solo disegno ha iniziato anche a occuparsi di scrivere le storie dell’indagatore dell’incubo. Poi si è allargato in casa Bonelli e ha creato la serie “Napoleone” e “Dix”.

Qualche giorno prima, dall’insegnante, ho ricevuto due tracce da seguire: ci veniva chiesto di sviluppare una tavola a piacere per poi poterci lavorare al workshop. Una era una sceneggiatura di Dylan Dog, l’altra era un passaggio di un racconto di Kafka da interpretare: l’Avvoltoio. Io mi sono dedicata all’avvoltoio. Lasciava più spazi di manovra e la possibilità di elaborare i testi.
Molto bene. Ero nel panico completo. Non starò qui a dilungarmi sulle mie paranoie, sulla mia scarsa conoscenza di avvoltoi, vi dirò solo che il workshop è stato molto interessante: ricco di spunti e stimoli. La cosa bella è aver lavorato su un soggetto particolare, diverso dalla mia sensibilità, che probabilmente non avrei affrontato di mia spontanea volontà. Quest’avvoltoio è stato utile per uscire dai miei interessi e dalle mie traiettorie.
Il risultato è una sorta di lungo sogno. 

avvoltoio

C’era un avvoltoio che dava dei colpi di becco contro i miei piedi. Aveva già rotto stivali e calze, ora già dava colpi di becco proprio contro i piedi. Continuava a colpire, volò poi inquieto più volte intorno a me e si rimise all’opera. Passò un signore, guardò per un momento e poi chiese perché sopportassi quell’avvoltoio. “Sono inerme,” dissi, “è arrivato e si è messo a darmi colpi di becco. Naturalmente volevo cacciarlo via, ho persino cercato di soffocarlo, ma una simile bestia ha grandi energie. Stava già per saltarmi in faccia, allora ho preferito sacrificare i piedi. Ora sono già quasi dilaniati.” “Perché lasciarsi tormentare così,” disse il signore, “uno sparo e l’avvoltoio è liquidato.” “E’ così?” chiesi, “e vorrebbe farlo lei?” “Volentieri,” disse il signore, “devo solo andare a casa e prendere il fucile. Ce la fa ad aspettare ancora mezz’ora?” “Non lo so,” dissi, e restai per un momento irrigidito per il dolore. Poi dissi: “La prego, ci provi in ogni caso.” “Bene,” disse il signore, “mi affretterò.” L’avvoltoio durante la conversazione aveva ascoltato tranquillo, e il suo sguardo vagava tra me e il signore. Mi accorsi che aveva capito tutto. Si alzò in volo, indietreggiò per prendere lo slancio sufficiente e, come un lanciatore di giavellotto, lanciò il becco nella mia bocca, a fondo dentro di me. Cadendo all’indietro, liberato, sentii che nel mio sangue che riempiva tutte le mie cavità, che superava ogni argine, quello irrimediabilmente affogava. 
(Franz Kafka)

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