Sogno di una notte di mezzo agosto

il

sogno

Non so se sia il caldo frutto di una notte di mezz’agosto, quelle notti appiccicose, che lasciano posto di tutta fretta al mattino, quelle notti dalle parti del ferragosto che sono notoriamente notti da ferie.

Notti che non fanno paura, notti di zanzare, notti d’altrove.
Ma tu non lo sei. Sei sempre lì.
E la Feria* lo sa, sta in agguato con i suoi artigli sfoderati, ti aspetta, forse a volte ti sogna.

Intanto il ventilatore suona senza grazia nè passione.

Le immagini nel sonno si affollano una sull’altra, un caleidoscopio di colori e giornate passate e future, un ordine confuso di vita: questo fa sì che Napoleone si trovasse, qualche notte fa, rinchiuso nel garage di casa mia mentre Re Carlo Alberto in soggiorno cercava un bicchiere d’acqua gassata.

È da queste notti qui, come disse Ligabue (brrr non avrei mai pensato di parlare di Ligabue) che nascono immagini di questo tipo. Così non mi stupii più di tanto quando il mattino in questione, all’ora in cui dalle paludi del sonno emergono immagini buffe, ma già sfocate, con un piede ancora qui e un altro laggiù, alla prossima notte, si presentarono i gattape: un curioso incrocio fra un gatto e un’ape. Corpo di felino con pelo d’ape, alette trasparenti e una propensione per il miele come winny the pooh. Così, con gli occhi appiccicati dal sonno, pensai bene di collocare i gattape in un posto particolare, a cui sono affezionata, la mia strada sterrata “da corsa”, dove zampetto sguaiatamente fra buche grosse come pance di vulcano e campi di colza e girasole.

Quella strada è magica.

Ora che l’ho detto mi sento meglio.

È una vera strada bucata magica dalle cui fessure escono creature strane. Il suo pezzo forte si trova al km 2, in un punto in cui sorge un annesso agricolo – se fossi in Piemonte direi una cascina ma qui forse dovrei dire casolare.

Non c’è nessuno che le abiti dentro, ogni tanto un omuncolo va e viene con una vecchia punto color argento. Di fronte a questo edificio c’è una bella quercia, o almeno credo sia una quercia, dovrei controllare. Ebbene questa quercia è corteggiata dall’albero che vive dall’altro lato della strada e le si getta addosso con l’ardore di un albero centenario. Una cosa alla Romeo e Giulietta, un amore così passionale deve essere per forza un po’ contrastato. E allora mi sono detta che forse nella casa ci stava un invidiosone.

Che in realtà mica l’ho mai visto, ma non si sa mai.

E perché non portare qui quei bei gattape? E così ho fatto.

Sicuramente avrebbero fatto la loro porca figura insieme ai campi di girasole e ai fiori gialli della colza.

Al km 3 si trovano filari di vite, in alcuni giorni particolari (quei giorni lì) producono personcine che le spulciano come scimmie, per poi venire riassorbite dal suole da cui sono state create.

Un filo di acqua, non esattamente limpida e montana, scorre a lato della strada e dalle buche si preparano mostri e fantasie colorate.

Perché fare tutto questo? Suppongo per morire un po’ meno tutti i giorni. Per cercare e scovare la bellezza in ogni angolo, per non andare avanti sognando il weekend, per poi, una volta arrivato, rinchiudersi in casa, inglobarsi nel divano e fare la maratona di sky.

Perché da bellezza nasce bellezza, da ore belle altre ore belle e allora si prova a costruire qualcosa, fosse anche inutile, ma ci si prova.
Per non accettare passivamente il solco del giusto sociale, quello che si deve fare, quello richiesto, quello che mette in pace i genitori, gli amici, i parenti e la propria coscienza.
E poi il solco fa comodo in primo luogo a noi stessi, perché non spaventa, ritrovarsi senza solco fa un po’ paura.
Perché per pedalare senza rotelline bisogna accettare il rischio di cadere, aver voglia di abbandonare il triciclo e passare alla bicicletta, imparare a stare in equilibrio, magari anche cadere e poi sbagliare strada e faticare, faticare un po’.

Accettare di sbagliare, di trovarsi anche soli, ma quando si è in compagnia… bé quella è la migliore compagnia del mondo perché non è da solco, non è frutto di una paura, di un dovere, di un’abitudine. Senza ci mancherebbe tutta una parte di bellezza.
Non è né un compromesso, né un limite, è un’espansione.

Si cade e ci si sbuccia le ginocchia ma quando si impara a pedalare l’aria fresca ci accarezza il viso, i profumi sono amplificati e andiamo esattamente dove vogliamo.
E allora insomma questo sta tutto dentro quel mattoncino, quel primo passo, quella rotella tolta, quelle ore sottratte al palinsesto tv, sottratte al sonno e alla spesa.

Ore di bellezza, tutto lì.

 

*La Feria: creatura femminile di origine demoniaca, si annida nelle giornate di festa e di notte sibila luoghi comuni.

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