La scatola

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LA SCATOLA

Ognuno ha la sua.
Ce la siamo costruita parete per parete, abbiamo consolidato le fondamenta, rinforzato il tetto e, per finire, arredata cavillosamente. Ninnoli, carta da parati, tavolini, stampe di posti lontani in cui non saremmo andati mai, da guardare oziosamente seduti davanti alla tivvù.
Viste dell’Irlanda, scorci di New York o infiniti campi di lavanda in Francia dai colori struggenti.
Posti da incorniciare e mettere dietro la tv.
Abbiamo camminato sempre meno, per ingannare l’attesa – di non si sa cosa – abbiamo fatto un bel abbonamento a una TV con 120.000 canali e circa 70.000 gondole per portarci pigramente lontano. Ci siamo vestiti di luoghi comuni e noia.
Tutto è diventato tappezzeria del nostro finto piccolo mondo.
Ci siamo costruiti delle regole e delle priorità, dei doveri sociali e delle convenzioni così stupide che a pensarci mi viene ancora da ridere e ci siamo dimenticati che noi eravamo la priorità. Ci siamo dimenticati di essere ancora vivi, di esserlo una volta sola, ci siamo dimenticati di costruire qualcosa di più grande di una lunga serie di aperitivi, di una lunga serie di impegni che si sciolgono come neve il giorno dopo, qualcosa di più grande dei mobili spolverati ossessivamente, o almeno di provarci, perché non ci sarebbe stato nessuno in grado di darci indietro il tempo e gli affetti tralasciati. Ci siamo dimenticati di costruirci degli amici veri, ci siamo dimenticati di dare affetto a chi se lo meritava. Ci siamo dimenticati di visitare e vedere qualcosa che ne valesse la pena. Ci siamo ripetuti che andava bene così.
Per diverso tempo ci siamo stati bene lì dentro, protetti, amati, lontano da cose che non capivamo, cose che in qualche modo ci facevano sentire poco al sicuro. Cose che ci mettevano in discussione e ci facevano sentire impreparati.
Come il giorno che ho compiuto 30 anni e mi è sembrato di essere stata spinta su un palco senza sapere cosa diavolo dire. Era la serata buona e io stavo in ciabatte senza nemmeno un gobbo a suggerire. Mi sentivo la stressa stronza dei 29 e dei 28 e dei 27 e non vorrei giurarci ma forse anche dei 26. Poi ho capito che 29, 30, 50 cambiava ben poco, con l’anzianità non arrivava nulla, andavano tutte strappate coi denti le virtù, le informazioni, le sicurezze, le soddisfazioni. Altrimenti avrei anche potuto compiere 100 anni rimanendo la stessa idiota di 80 anni prima.
Sono felice di averlo scoperto prima dei 100, mi avrebbe scocciato un po’.
Finché non siamo cresciuti e la scatola è diventata stretta, finché ci siamo annoiati delle mura, finché non ci siamo resi conto di voler rivedere il cielo, finché non ci siamo chiesti “ma che diavolo ci sta fuori?” O finché una gondola di grandi dimensioni non si è incagliata nel nostro canale preferito.
E allora abbiamo creato una porta, un buco, un varco, un qualcosa per poter uscire.
Abbiamo visto le stelle, gli alberi e le cose che ci sembravano ostili se ne fregavano altamente di noi, così a piedi nudi abbiamo scorrazzato per i boschi, calpestato le foglie, spiato altri come noi, usciti da casette senza porte e finestre, ci siamo pure messi a correre.
E in fin dei conti ne valeva la pena, no?

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One Comment Add yours

  1. incrediboli ha detto:

    grazie, molto bello, molto vero.

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