Il conquistatore di pagnotte di pane

il

Immagina un mondo semplice come pagnotte di pane.
Per universo infinite galassie di pagnotte dorate, baguette francesi e superbi pani di altamura.
Il conquistatore, basso, lentigginoso, bambino, armato fino ai denti (scolapasta, forchetta e cucchiaio) si avventura senza paura.
Corre verso il suo obiettivo senza farsi tentare da morbidi panini al latte e dall’odore peccaminoso della mortadella nelle rosette.
Va avanti anche se non sa bene dove andare.
Sa di non aver bisogno di nulla quindi ha tremendamente bisogno dell’inutile.
Un solo morso, QUELLO GIUSTO, lo farà diventare INVISIBILE agli occhi degli sciocchi, colorato di VERDEper gli invidiosi, di ROSSO per i romantici e DORATO per i sognatori.
Ha un bisogno disperato del nulla.
A passo deciso cammina nella foresta di grissini, la strada la apre a colpi di cucchiaio.
è affaticato, accaldato, cosparso di farina.
E POI LA VEDE.
Una pagnotta enorme, simile a una montagna ghiacciata, pericolosa e bellissima.
Calca più forte sulla testa il suo scolapasta e va, senza paura, senza pensieri coerenti verso l’enorme pagnotta bianca.
Territorio sacro, i testi parlano di un lievito madre  originario che creò l’immensa creatura.
Ne rimase traccia nell’alveolo della sua mollica, nel su odore millefiori, senza retrogusto di lievito di birra. Sarà questa profumata mollica il suo tesoro?
Il conquistatore, basso, lentigginoso, bambino, ora corre come il vento, senza grissini, perde le armi.
Arriva ansimante ai piedi della montagna, si prepara alla scalata (si lava la faccia, pettina i capelli e lava i denti).
Scala una ripida parete di pane carasau per un tempo infinito (ma ovviamente finito) e arriva a una porticina piccina.
Sembra la porta di un forno spento, un forno di una volta, fatto di mattoni e  di amore per il pane.
Dentro è tutto morbido, dorato, con bolle vuote in vuota attesa.
Entra e  cade.
E cade.
E cade ancora.
Cade per ore senza pensa ad Alice, sentendosi sfiorare da pezzi di mollica senza mai riuscire ad afferrarli.
In mano stringe forte la sua forchetta, unica arma rimastogli e le nocche sono bianche dalla paura.
La paura è una cosa per le nocche, sono state inventate per questo.
E poi l’idea.
Così come nasce diventa realtà e punta forte la forchetta in un punto imprecisato.
Forte e imprecisato.
E finalmente, dopo quelle che sono sembrate ore, è ancora senza terra sotto i piedi ma appeso.
E vede tutto più chiaramente.
Si trova dentro una specie di vulcano, di pan vulcano, meno amato a colazione del pan brioche ma molto conosciuto in alcune isole dovenonsiricordapiù.
E sotto di lui vede la luce, mollica riflettente, tormento ed estasi delle giovani donne a dieta.
Ma lui è un bambino e se ne frega.
Dalla tasca, con mano tremante (quella non aggrappata con nocche bianche alla forchetta salvatrice) tira fuori l’ARMA LETALE: rapsodia di lamponi.
Non che sappia cos’è la rapsodia ma il nome prometteva tuoni, lampi ed esplosioni. I lamponi serviranno  per coprire l’odore di bruciato.
Chiude gli occhi, li riapre ed è pronto, lancia l’arma LETALE E FINALE.
Sotto di lui la chiara mollica viene ricoperta di un goloso strato di lamponi. Non era quello che si immaginava ma ora non gli fa più paura e preso dall’irruenza della sua giovane età si lancia nel vuoto in modo perfetto, tuffandosi nel mare di lamponi antidieta.
E viene avvolto da un concerto di odori di millefiori e di lamponi, di cose buone e stufe calde e di soffice mollica.
Questo è forse il luogo giusto?
La sacra mollica originaria?
continua…

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